La placenta accreta è una condizione rara ma ad alto rischio, in cui la placenta si ancora in profondità nella parete uterina, penetrando oltre lo strato normalmente deputato all’impianto. In alcuni casi, può arrivare a invadere il miometrio (placenta increta) o addirittura superarlo, coinvolgendo gli organi vicini (placenta percreta). Si tratta di una complicanza ostetrica particolarmente temuta per il rischio di emorragie massicce e la complessità dell’intervento chirurgico necessario alla sua gestione.
Una diagnosi precoce può fare la differenza
Riconoscere la placenta accreta in tempo è fondamentale per pianificare al meglio il parto. Le pazienti più a rischio sono quelle che hanno subito precedenti tagli cesarei o interventi uterini (come miomectomie o raschiamenti), specialmente se la placenta è localizzata nella parte bassa dell’utero.
La diagnosi si basa su un’attenta valutazione ecografica, spesso accompagnata da una risonanza magnetica. Segni come la perdita del piano di clivaggio tra placenta e parete uterina, la presenza di lacune vascolari e un’anomala vascolarizzazione sono indicativi di possibile accretismo.
Un approccio multidisciplinare
Di fronte a un sospetto di placenta accreta, è essenziale affidarsi a centri con competenze specifiche e un’équipe multidisciplinare. L’assistenza coinvolge ginecologi esperti, anestesisti, radiologi interventisti e, nei casi più complessi, urologi o chirurghi generali.
A seconda della gravità, può essere programmato un parto cesareo con isterectomia preventiva, spesso in anestesia generale, in sala operatoria attrezzata per l’emergenza. Tuttavia, in casi selezionati, soprattutto quando la diagnosi è precoce e il quadro clinico stabile, è possibile valutare approcci conservativi, come il trattamento localizzato o l’asportazione della placenta con tecniche mini-invasive.
Il ruolo della chirurgia mini-invasiva
In pazienti accuratamente selezionate e seguite in centri altamente specializzati, la chirurgia robotica o l’isteroscopia possono rappresentare valide opzioni per la gestione di placenta accreta a bassa invasività. L’utilizzo di strumenti di precisione consente di ridurre i rischi operatori e preservare, laddove possibile, la fertilità futura.
Naturalmente, ogni caso va valutato individualmente, tenendo conto del tipo di accretismo, della localizzazione della placenta, dell’età della gravidanza e del desiderio riproduttivo della paziente.
Conclusione
La placenta accreta non è una condanna, ma una sfida clinica che richiede organizzazione, esperienza e tempestività. La conoscenza approfondita della patologia e l’accesso a centri di riferimento rappresentano la chiave per trasformare un rischio potenzialmente fatale in un percorso controllato e sicuro verso la nascita.
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